17/01/2023
Camera dei deputati, Complesso di Vicolo Valdina, Sala del Cenacolo

Intervento del Presidente in occasione della Peregrinatio della reliquia del Beato Rosario Livatino alla Camera

Buonasera.

Saluto il Cappellano della Camera dei deputati, Monsignor Francesco Pesce, il Presidente del Centro Studi Rosario Livatino, Professor Mauro Ronco, e i colleghi deputati.

È con sentita commozione e partecipazione personale che mi accingo a ricordare oggi, nella Sala del Cenacolo del Complesso di Vicolo Valdina presso la Camera dei deputati che ne ospita in questi minuti la reliquia, il Beato Rosario Livatino, magistrato ucciso dalla mafia e uomo di profonda fede.

Un ricordo che avviene proprio all'indomani della cattura, dopo 30 anni di latitanza, di Matteo Messina Denaro.

Mai forse, come nel caso di Livatino che oggi onoriamo, pensiero e azione hanno camminato insieme, stretti in un'unione inseparabile: gli atti, i comportamenti della sua vita, quelli che lo hanno poi portato alla morte rendendolo un testimone e un martire del nostro tempo, sembrano ricondursi senza riserve ai suoi più profondi convincimenti morali e religiosi.

La sua fede e il suo impegno nel lavoro hanno delineato una personalità la cui testimonianza è di fulgido esempio sia per i laici sia per i credenti: per chi crede nei valori della nostra Repubblica, che ha servito con spirito di sacrificio fino all'ultimo, e per chi vuole vivere con coerenza la propria fede in spirito di carità e devozione.

Egli ha dimostrato come fede e impegno civile possano tenersi uniti in una sintesi che non sacrifica minimamente, anzi esalta l'uno e l'altro momento.

Livatino si era posto, anche in occasioni pubbliche, il problema del rapporto fra fede e diritto. E lo aveva risolto riflettendo lungamente e in profondità su ciò che, da una parte, insegnano le Sacre Scritture e che giunge a noi dalla tradizione cattolica e, dall'altra, su quelli che sono i doveri e la deontologia di un magistrato. Nell'età della formazione aveva saputo unire l'impegno militante nell'Azione Cattolica allo studio intenso. Aveva bruciato tutte le tappe, laureandosi con il massimo dei voti in Giurisprudenza a Palermo e poi vincendo il concorso di magistrato e diventando, a soli 27 anni, Sostituto procuratore ad Agrigento.

Ma in che modo fede e diritto si integrano? Livatino non aveva dubbi sulla risposta da dare a questo interrogativo: "Compito del magistrato - così ebbe a dire in una conferenza sul tema - non deve essere solo quello di rendere concreto nei casi di specie il comando astratto della legge, ma anche di dare alla legge un'anima, tenendo sempre presente che la legge è un mezzo e non un fine". E qui egli ripeteva le parole rivolte da Gesù ai farisei nel Vangelo: "Il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato".

Di qui anche la consapevolezza in lui, forte dei limiti del legalismo e del formalismo giuridico, della necessità di integrare con un "supplemento d'anima" il momento tecnico e meccanico dell'applicazione del diritto: un'integrazione che al magistrato cattolico risulta naturale perché egli sa che oltre la giustizia c'è il momento della carità, il quale la rende ancora più giusta, se così fosse lecito dire. Dove poi però la forma diventava essa stessa sostanza era, sempre per Livatino, nel comportamento che il giudice doveva tenere anche al di fuori dell'ambito lavorativo, nella sua vita di relazione o sociale.

Il giudice non solo deve essere indipendente, imparziale, ma deve anche apparire tale: "Egli ha un potere immenso sugli altri uomini e la società può accettarlo - dice Livatino in un'altra conferenza - solo se sa rispettare certe condizioni anche fuori dal suo ufficio. Solo se appare credibile. Egli non deve essere o apparire austero o severo, ma semplicemente una persona seria, equilibrata, responsabile; ed anche potrebbe aggiungersi - dice sempre Livatino - comprensiva ed umana, capace di condannare, ma anche di capire".

Quello che Livatino aveva in mente, l'ideale che ha permeato tutta la sua vita, spezzata da mani assassine, era quello di un diritto serio e rigoroso, ma improntato ai valori dell'humanitas, che a lui derivano direttamente dal personalismo cristiano e dalla sua formazione cattolica. La fede gli si presentava perciò, come anche ebbe a dire, come istanza vivificatrice dell'attività "laica" di applicazione della legge.

Il processo di beatificazione di Rosario Livatino, conclusosi due anni fa, consegna alla Storia il primo beato magistrato. Egli, come ha detto Giovanni Paolo II, fu un martire della giustizia e in quanto tale anche della fede. Il che ci ricorda che la necessaria laicità dello Stato non è da intendersi come reciproca separazione fra esso e la Chiesa, bensì come una distinzione di sfere che, in alcune personalità straordinarie come Livatino, si integrano reciprocamente e si mostrano interdipendenti.

Ricordare queste personalità, soprattutto alle giovani generazioni, è un dovere civico e morale. Così come è un dovere non dimenticarne l'insegnamento e trasmetterne i valori di cui sono portatrici.

Grazie.